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Manifesto
del film

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del film

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Il
cinema inglese ha da sempre un interesse particolare a trattare argomenti
sociali come l'emarginazione, la solitudine, gli scontri interrazziali,
la disoccupazione: tutti problemi spinosi che il governo, in particolare
quello conservatore della Lady di ferro rimasto al potere per due legislature,
ha cercato di nascondere, mostrando l'Inghilterra agli occhi dell'opinione
pubblica internazionale come un impero ancora saldamente ancorato ai
propri principi e per questo incorruttibile.
La
maggior parte del pubblico è venuta a conoscenza della triste
realtà inglese grazie ai film di Ken Loach,
cineasta che fin dai suoi primi lavori televisivi per la BBC
ha sempre attaccato in modo feroce e spesso contestato le istituzioni
britanniche, che invece di sostenere i cittadini più deboli,
tendono a schiacciarli, vedendoli quasi come un difetto da estirpare
per non rovinare la "perfetta" società inglese.
Le opere di Loach, a partire da film tv come Up
the Junction (id. 1965), primo grande successo di pubblico e
critica, per continuare poi con i "duri" Cathy
Come Home ( Cathy va a casa, 1966); Kes
(id. 1969); Family Life (id. 1971); Days
of Hope (id. 1975), fino ad arrivare a capolavori più
recenti come Ladybird Ladybird (id. 1994);
Land and Freedom (Terra e libertà,
1995); Carla's Song (La canzone di Carla,
1996) e il recentissimo Bread and Roses
(id. 2000) mostrano persone semplici, lasciate sole e costrette ad affrontare
i drammi della vita in una società che non comprende il loro
valore e che vorrebbe solo cancellarle.
La macchina da presa nei film di Ken Loach
diventa protagonista, una presenza demiurgica; gli elementi ideologici
si uniscono armoniosamente con la dimensione personale della vita quotidiana;
l'attore più che recitare, reagisce alla situazione di fronte
alla quale è posto. Le opere di Loach sono però da sempre
considerate "difficili" e quindi limitate ad un pubblico d'élite.
E allora come è possibile mettere al corrente le masse della
situazione critica in cui versava l'Inghilterra a metà degli
anni Ottanta, dopo che il governo conservatore di Margaret
Thatcher, per risollevare le sorti dell'economia inglese, decise
di privatizzare centinaia di industrie pubbliche e di smantellare numerose
miniere del nord per ammortizzare così i costi della creazione
di reattori nucleari, senza però tenere conto delle conseguenze
che queste scelte avrebbero avuto sulla vita di migliaia di persone?
Il mezzo l'hanno trovato alcuni scrittori, fra i quali il più
conosciuto oltremanica è certamente Roddy
Doyle, che nella sua ormai famosissima "Trilogia
di Barrytown" ha narrato le tragicomiche vicende di personaggi
proletari che si trovano ogni giorno a convivere con le conseguenze
delle leggi Thatcher, ma che a differenza dei disperati protagonisti
delle storie di Loach, non hanno più voglia di compiangersi e
grazie all'amicizia e all'affetto familiare riescono addirittura a scherzare
sulle proprie disgrazie e a trovare un motivo per andare avanti.
Negli anni Novanta questo argomento è stato affrontato da numerosi
film, come The Full Monty (Full Monty:
Squattrinati organizzati, 1997) di Peter Cattaneo;
The Snapper (id. 1993) di Stephen
Frears; The Van (The Van: Due sulla
strada, 1996) sempre dello stesso Stephen Frears; Brassed
Off (Grazie, signora Thatcher, 1996) di Mark
Herman; The Commitments (id. 1991)
di Alan Parker e Waking
Ned Devine (Svegliati Ned, 1998) di Kirk
Jones che, nonostante i budgets modesti impiegati, hanno riscosso
un enorme successo di pubblico e critica fino ad arrivare a parlare
di un vero e proprio genere di "commedia sociale" che continua
a produrre opere di un certo valore e apprezzate dal grande pubblico.
Alcuni registi dei film citati, dopo esperienze diverse, sono tornati
a questi argomenti: Alan Parker si è
dedicato di nuovo all'Irlanda con Angela's ashes
(Le ceneri di Angela, 1999), che racconta le tristi vicende di una povera
famiglia irlandese di inizio secolo. Anche Stephen
Frears, dopo la commedia americana High
Fidelity ( Alta fedeltà. 2000) torna al genere sociale
con Liam (id. 2000), presentato all'ultima
Mostra del cinema di Venezia. Il film è la storia di una famiglia
irlandese cattolica di Liverpool negli anni Trenta, raccontata con gli
occhi di Liam, un ragazzetto di sette anni, la cui famiglia si disgrega
in seguito alla perdita del lavoro del padre e alle gravi difficoltà
economiche.
La scorsa stagione sono usciti altri due film tipicamente britannici
che affrontavano di nuovo tematiche sociali, dedicando stavolta più
spazio ai problemi di integrazione etnica che caratterizzano l'Inghilterra
di oggi:
East is east (id. 1999) del giovane esordiente
Damien O'Donnell racconta la vicenda di
un vecchio pakistano, immigrato da tempo nel Regno
Unito e sposato con un'inglese cristiana, che tenta di imporre
la cultura islamica ai suoi figli nei modi più rozzi, ridicoli
e pieni di becera retorica; Beautiful people
(id. 2000) del bosniaco Jasmin Dizdar tratta
invece storie diverse di profughi della guerra in Bosnia-Erzegovina
e del loro rapporto con la patria che li ospita: l'Inghilterra. E la
lista potrebbe ancora continuare a lungo: da poco è infatti uscito
in Italia l'attesissimo Billy Elliot (id.
2000) di Stephen Daldry, che affronta nuovamente
il tema degli scioperi indetti negli anni Ottanta dai minatori inglesi
per contrastare i tagli imposti dal governo inglese all'industria estrattiva,
narrandolo però attraverso gli occhi del giovane protagonista
Billy, che affronterà mille ostacoli e incomprensioni per raggiungere
il suo sogno di diventare ballerino e di garantirsi così un futuro
migliore di quello di suo padre e di suo fratello, minatori abbruttiti
dalla vita. Questo piccolo film, ottenendo tre nominations agli Oscar
nelle prestigiose categorie di miglior regia, migliore attrice non protagonista
e migliore sceneggiatura originale, ha dimostrato ancora una volta come
il cinema britannico, proponendo storie semplici e commoventi, possa
essere un pericoloso rivale per i colossal hollywoodiani.
Valentina
Barberi vbarberi@libero.it
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