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La prima immagine di Roma che Fellini conserva nella sua memoria è quella di un cippo miliare che sorgeva fuori dal suo paese, in mezzo ai campi. Ma ai tempi della scuola elementare, nel collegio dei preti, egli ha potuto accumulare su Roma altre informazioni. Così, citando le fatali parole di Giulio Cesare, “alea iacta est”, da scolaro ha potuto attraversare il Rubicone anche lui e vedere in diapositiva i principali monumenti della capitale: Santa Maria Maggiore, la tomba di Cecilia Metella, l’arco di Costantino, l’Altare della Patria, San Pietro … e qualche altro bel monumento, che si era proditoriamente infilato nella proiezione, essendo in genere ad esclusivo uso e consumo di qualche prete.
Roma rappresentava da bambino la benedizione domenicale del papa trasmessa alla radio, che faceva imbestialire suo padre, uomo laico e di idee socialiste. Ma Roma erano anche i films interpretati da Greta Garbo ed ambientati al tempo dell’Impero dei Cesari.
Ben diversa appare la realtà della Roma che Fellini incontra al suo arrivo a stazione Termini, quando verrà a intraprendervi la carriera di giornalista. E’ una Roma caciarona e popolana, alle prese con le necessità del vivere quotidiano e coi problemi dell’inflazione.
In questo “ritratto dell’artista da giovane” attraversiamo così la città. Da stazione Termini veniamo sospinti verso piazza Esedra ( oggi Piazza della Repubblica), incrociando sul nostro cammino santa Maria Maggiore e uno scorcio, al di là delle mura medievali, di san Giovanni in Laterano.
La meta è l’appartamento di un palazzo che la padrona di casa e suo figlio condividono con una decina di inquilini, tra i quali ci sono degli attori di secondo piano che cercano di darsi un po’ di tono, facendo magari la parodia del Duce:
“ Mi rifiuto di credere che l’autentico popolo di Gran Bretagna che non ha mai avuto dissidio con l’Italia debba gettare l’Europa in una catastrofe per difendere un paese africano universalmente bollato senza ombra di civiltà, contro questo popolo di eroi, di artisti, di poeti, di santi, navigatori … di pelati …”
A sera si vedono le strade del quartiere animarsi di gente che pranza fuori dalle trattorie, mentre ogni sorta di musicisti, accattoni e frati passano per fare colletta, e le voci, le musiche, i canti e le liti si sovrappongono in un unico chiasso, come se il quartiere fosse una sola grande famiglia.
A notte fonda, quando tutto tace e per le strade scorrazzano dei cani randagi di cui si ode il latrare, gli operai del filobus eseguono le loro riparazioni e nella zona dei Fori romani o la via Appia si vedono spuntare i fari di qualche macchina con a bordo una prostituta che sembra riemergere dall’oscurità dei secoli passati, come l’antica Lupa che è simbolo della città. Segue >
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