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Stanley Kubrick, Full Metal Jacket - di Gianfranco Massetti
Vietnam
La guerra del Vietnam ed i postumi del "reducismo"
della seconda metà degli anni settanta hanno costituito per
la cinematografia americana una fonte d'ispirazione di numerose
opere di successo, non ultima quella realizzata nel 1987 dallo scomparso
Stanley Kubrick. La rievocazione cinematografica
di questo discusso conflitto da parte di Kubrick
si distingue, tuttavia, da quelle che l'hanno preceduta per il suo
carattere eccentrico e per lo spessore culturale con cui è
stato rielaborato il soggetto del romanzo di Gustav Hasford,
"The short timers".
Se perciò l'opera di Kubrick non sembra
ispirarsi alla cinematografia d'impegno politico degli anni settanta,
la parodia dell'eroe di guerra, che possiamo notare nelle scene
conclusive del film attraverso la figura di "animal
mother" (soprannome evocativo di profondità
junghiane), ironizza, invece, nei confronti del "revisionismo
epico" degli anni ottanta, che si è insinuato sotto
le sembianze di Silvester Stallone, interprete del personaggio di
Rambo.
Vediamo così che il regista di Full Metal Jacket
porta sulla scena la tragedia di una "generazione di
sconfitti", affrontando un discorso che è assolutamente
immune da qualsiasi ideologia retorica, e che analizza uno dei più
significativi avvenimenti della storia contemporanea con velate
ambizioni sociologiche. A questo scopo, potremo osservare come egli
si sia appropriato di alcune categorie interpretative che afferiscono
alle concezioni della psicologia analitica di Jung,
nel film espressamente citato dal cronista dell'intera vicenda:
il soldato Joker, ovvero "lo scherzoso"
(nella versione italiana).
Come "voce fuori campo", Joker è
un personaggio dai tratti assai poco marcati e che presenta un carattere
incongruente, un segno del quale consiste nel singolare nomignolo
con cui è soprannominato dal sergente che istruisce le reclute:
un soprannome che gli deriva da quella che nel gioco delle carte
è in inglese la figura del jolly.
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