Gosford ParkGOSFORD PARK

"Altman definisce, ancora una volta, il ritratto di una società in crisi"

di Manuel Monteverdi

Robert Altman, in più di quarant'anni di carriera, non ha mai risparmiato severe occhiatacce nè alla società americana né a quei microcosmi che la compongono. Con il più recente "Il dottor T e le donne", si era preso una piccola pausa per raccontare una vicenda con toni più lievi rispetto al passato, senza rinunciare a una rappresentazione agrodolce ma meno caustica della vita.

Altman"Gosford Park", tuttavia, rappresenta il ritorno ad una visione cinica e amara della realtà; non quella odierna, ma quella di inizio anni '30, per la riproduzione di un'epoca che il regista ricostruisce alla perfezione, attraverso quell' occhio attento che, già con "Kansas city", aveva guardato al passato; riproduzione - raffinata e precisa- non solo di usi e linguaggi di disomogenee tipologie sociali , bensì anche di interni (l'arredamento) e particolari (i costumi ma anche le luci) che sono lo specchio di un opulento "modus vivendi".

Siamo nel 1932 e, nelle campagne inglesi, Sir Wallace ospita parenti e amici per un week-end da trascorrere tra battute di caccia, banchetti , chiacchiere e pettegolezzi; un week-end che si rivelerà risolutore per tanti, sia poveri che ricchi. In molti cercano di accattivarsi le simpatie del burbero padrone di casa ma tutti o quasi, allo stesso tempo, hanno un buon motivo per vederlo morto. Del resto i tanti vizi e le poche virtù dell' abbiente Wallace sono noti tanto agli invitati quanto alla servitù. Così un tranquillo week-end all' insegna del "dolce-far-niente" si macchia, improvvisamente, di mistero.


Altman accenna soltanto all' elemento delittuoso senza prenderlo troppo sul serio, affidando il caso ad un ispettore di Scotland Yard che altro non è se non una simpatica macchietta; l'omicidio, del resto, si fa pretesto per evidenziare il cinismo che serpeggia tra i presenti, e per stigmatizzare ogni reazione- indifferente o divertita- alla morte di una persona odiata, al fine di definire, a tutto tondo, ogni personaggio che compone questo improvvisato jet-set.

Insomma, una versione in costume di "America oggi", solo camuffata da "Invito a cena con delitto", lontana da qualsiasi velleità di giallo enigmatico. Indubbiamente, ciò che davvero rileva, in questa pellicola, è la rivisitazione, senza sconti, di un' epoca in cui il nobile ordina e il valletto obbedisce; c'è di tutto nell'affresco di Altman: l' affermato attore di cinema del periodo, Ivor Novello (pensate alla versione antenata di Dean Martin!), un produttore americano, un finto servo; e, ancora, chi è ricco con i soldi altrui, chi - ricco - lo è davvero; chi, in fondo non lo è mai stato e chi di lì a poco non lo sarà più. Un nucleo di nobili alla deriva; ognuno di loro con una pretesa o un capriccio, uniche occasioni di incontro tra due mondi- quello aristocratico e quello "servile"- che, ben poche volte, si imbattono l'un nell'altro.
E, ancora, una schiera di maggiordomi, cameriere, cuoche, sarte, servette, accompagnatori: persone che valgono così poco da perdere la propria identità (emblematico il fatto che ai domestici, nelle cucine, venga dato il nome del signore che debbono servire); chi - dalla vita - deve ancora imparare molto, chi invece di essa ha già assaporato il gusto più amaro; chi ha segreti da custodire e chi vuol regolare i conti col passato; chi è stato sfruttato e chi abbandonato; tutti lì a parlare dei propri padroni; a vivere di vita altrui ;a guardare, attraverso una porta socchiusa, ciò che loro non potranno mai permettersi.


Altman mette in evidenza le differenze di classe, spostandosi continuamente dal punto di vista del signore a quello del suo valletto, senza risparmiare niente a nessuno evitando, tuttavia, quella che poteva essere una facile e retorica divisione tra buoni e cattivi. Il regista imbocca i propri personaggi con dialoghi arguti, affidandosi a un cast di grande esperienza e professionalità che dà vita a quella coralità di soggetti che è vero marchio di fabbrica del regista. Insomma, puro Altman al cento per cento: acuto, sincero, diretto; solo un po' più garbato, proprio come un vero lord inglese.


Manuel Monteverdi
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