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C'č
un occulto cordone ombelicale che lega l'uomo alla terra: la forza di
gravitą. E Tarkovskij sembra voler
suggerire che un vincolo occulto di uguale intensitą lega i suoi connazionali
alla Madre Russia.
Esiste nella storia di questo paese una "coazione a ripetere" il proprio
passato sotto la forma di un regime politico di natura dispotica.
Un tempo erano gli czar. Dopo la rivoluzione sovietica ci sono Stalin
e i successivi dirigenti del PCUS.
In ogni caso, si puņ dire che tra gli uni e gli altri non vi sia mai stata
alcuna soluzione di continuitą.
Dal punto di vista filologico, l'autocrazia degli czar discende dall'autoritą
esercitata dal capo guerriero delle tribł della steppa, che assume, secondo
una versione appena un po' deformata dalle peculiari esigenze della lingua
russa, il titolo latino di Cesar. Sospeso da sempre tra questa aspirazione
ad essere occidente e l'ereditą dei pastori nomadi asiatici, il popolo
russo č andato alla ricerca delle proprie radici culturali trovando un'identitą
nella tradizione del nomadismo scita: "Sģ - dice una nota poesia di Aleksandr
Blok - noi siamo Sciti, barbari dell'Asia/ Dagli occhi avidi,
dagli occhi a mandorla, pastori
" Ed č su questi pastori dalle origini
misteriose che si allunga, secondo quanto ci tramanda Erodoto, l'ombra
altrettanto misteriosa e leggendaria delle guerriere amazzoni.
Il
film di Tarkovskij racconta in alcuni
episodi alquanto laconici le tappe della crisi e dell'evoluzione artistica
di uno dei maggiori decoratori di icone del quattrocento, alla luce dell'evolversi
della situazione storica russa.
Si tratta del notissimo Andrej Rublėv,
il cui travaglio artistico-culturale sembra riflettere il percorso di
maturazione ideologica di Tarkovskij,
un intellettuale che appartiene alla generazione dell'epoca del "disgelo".
Questa č sommariamente la prima impressione che si č avuta all'apparizione
del suo film nelle sale cinematografiche occidentali, verso la fine degli
anni sessanta.
I due Andrej sarebbero in buona sostanza accomunati dalla medesima aspirazione
verso le istanze di un umanesimo in rotta di collisione con il potere
costituito. Una lettura in chiave politico-autobiografica del film rappresenta
certamente una tentazione, ma a gettare nuova luce su di esso contribuisce
oggi l'uscita in Italia del romanzo cinematografico su Rublėv
(Garzanti 1992), che aveva a suo tempo preceduto la realizzazione della
sceneggiatura scritta dal regista in collaborazione con Koncalovskij.
Prima di prendere in considerazione il romanzo, č utile tuttavia confrontarsi
con l'opera cinematografica.
Andrej
Rublėv, Kirill e Daniil il Nero, tre monaci decoratori di icone,
si trovano in viaggio, e a causa di un temporale sono costretti a rifugiarsi
in una casa di contadini, dove assistono all'esibizione di un nano che
irride il potere del principe. Il nano pagherą cari i suoi sberleffi.
Infatti qualcuno lo denuncerą, provocando il suo arresto da parte delle
guardie, mentre i tre pittori riprendono il cammino sotto la pioggia.
Dopo qualche anno Kirill incontra Teofane il Greco, il pił importante
decoratore di icone dell'epoca, e scambia con lui alcune opinioni. Teofane,
positivamente impressionato gli propone di recarsi a Mosca per decorare
la cattedrale dell'Annunciazione. Kirill accetta, ma vuole essere ufficialmente
incaricato davanti a tutti i monaci del proprio convento. Qualche tempo
dopo arriva al monastero un araldo del principe moscovita, che perņ rivolge
l'invito ad affrescare la cattedrale non a Kirill ma a Rublėv.
Accecato dall'ira, Kirill abbandona il monastero lanciando contro i suoi
fratelli accuse di simonia. In questo episodio, le risoluzioni di condanna
del "culto della personalitą" da parte del XX Congresso del PCUS non potevano
trovare miglior rappresentazione.
Dopo la partenza per Mosca, Rublėv
s'incontra con Teofane il Greco. Chiacchierando in un bosco, i due manifestano
una concezione del mondo diametralmente agli antipodi: Teofane č votato
per intero al servizio di Dio, Rublėv č artefice invece di una filosofia
della vita che colloca al proprio centro l'uomo.
Il dialogo tra Teofane e Rublėv č completamente immaginario. Tuttavia,
esso riesce a comunicare con esattezza anche la diversitą dello stile
artistico dei due pittori. E' noto che se le icone non conoscono alcuna
profonditą spaziale, ciņ non č dovuto al fatto che gli autori ignorassero
le nozioni prospettiche della pittura, ma al fatto che queste opere dovevano
suggerire una ieratica maestą del divino. Le tecniche della prospettiva,
che i decoratori, al contrario, conoscevano molto bene, venivano ribaltate
a vantaggio di una rappresentazione dell'immagine sacra, che trapassando
lo sguardo dei fedeli doveva trasmettere loro un sentimento di assoluta
contrizione. Tutto ciņ in sintonia con l'immagine di un potere politico
che č quella del Basileus Bizantino. Teofane č un pittore di grande talento
che aderisce pedissequamente a questo programma, a differenza di Rublėv
che invece conferisce una profonditą spaziale ai propri soggetti, invitando
i fedeli ad appropriarsi dello spazio del sacro e del divino, come farą
pił tardi, in modo pił radicale e risolutivo, la prospettiva geometrica
dei pittori italiani, codificata da Leon Battista
Alberti.
Il film di Tarkovskij č interamente
girato in bianco e nero, ad eccezione del finale che offre una panoramica
a colori delle opere di Rublėv.
La scelta del bianco e nero č un omaggio a Sua Maestą Ejzenstejn,
nei confronti del quale Tarkovskij si sente come l'Andrej
Rublėv della situazione, colui che cerca di ridialettizzare
il materialismo storico a partire da Feuerbach. L'antropologia di Tarkovskij
non ha tuttavia al proprio centro il genere neutro dell'uomo, ma bensģ
la donna.
Rublėv,
Daniil il Nero e i loro collaboratori sono di nuovo in viaggio. Stanno
scendendo in barca il corso del fiume e per la notte si accampano su una
riva, nei pressi di un bosco. Dal folto degli alberi, Rublėv sente provenire
dei rumori che lo spingono a lasciare i suoi compagni per inoltrarsi nel
bosco. Assiste cosģ alla celebrazione di una festa pagana, presumibilmente
in onore della dea Lada. Viene perņ scoperto e legato ad un albero, ma
una ragazza che si presenta davanti a lui completamente nuda lo libera.
Ancora profondamente turbato, al mattino Rublėv raggiunge i suoi compagni
e parte con loro in barca sul fiume. Di qui, assiste alla cattura di un
gruppo di pagani da parte delle guardie del principe. Una ragazza riesce
perņ a fuggire gettandosi in acqua: č la stessa che lo aveva liberato.
Finalmente, Andrej e i suoi compagni sono arrivati a destinazione. Devono
affrescare la cattedrale di Vladimir con temi ricavati dal Giudizio Universale.
Tuttavia, il rifiuto di rappresentare questo tema secondo il canone stabilito
da Teofane il Greco č da parte di Rublėv categorico.
I lavori della cattedrale sono fermi e non vanno avanti, perché Rublėv
non č d'accordo neanche nel dipingere temi che affermino la subordinazione
e la sottomissione della donna nei confronti dell'uomo. Al termine dell'episodio,
farą il proprio ingresso nella cattedrale una sordomuta, la cui presenza
č nonostante le apparenze molto eloquente.
Il
secondo tempo esordisce con la rievocazione della presa di Vladimir da
parte delle orde tartare, un avvenimento che risulta in sé anacronistico,
dal momento che la battaglia non si svolge come nel film nel 1408, ma
addirittura alcuni anni prima della nascita di Rublėv. Volendo scartare
l'ipotesi dell'errore, potrebbe trattarsi di un sottinteso riferimento
alle tensioni politiche tra Russia e Cina, culminate nel 1962 con lo scontro
sul confine del fiume Ussuri.
Guidati dal fratello gemello del principe russo, che vuole vendicarsi
di lui, i tartari saccheggiano Vladimir, massacrandone gli inermi abitanti
che si sono rifugiati nella cattedrale. Per difendere la ragazza sordomuta,
lo stesso Rublėv si macchia dell'omicidio di un tartaro. Cosģ, ad espiazione
della propria colpa e in odio alla bestialitą dell'uomo, egli decide di
non rivolgere pił la parola ad alcuno e di non dipingere pił.
In seguito, raggiunge con la sordomuta il monastero di Andronikov, dove
farą ritorno qualche tempo dopo anche Kirill, che ottiene il perdono dei
suoi fratelli. Intanto, durante una scorreria dei tartari la sordomuta
se ne andrą con loro.
Sono
trascorsi diversi anni, la popolazione del principato č stata decimata
dai tartari e dalla peste. E' giunto perņ il momento di ricostruire le
macerie e si va alla ricerca di qualcuno che sappia fondere le campane
da ricollocare sui campanili. Boriska
č il figlio di un fonditore: č solo un ragazzo, ma sostiene di essere
in possesso dei segreti del padre. Fervono i lavori e Rublėv segue l'attivitą
del giovane con interesse e curiositą. Un giorno incontra il nano che
anni prima venne arrestato dalle guardie del principe. Il nano č convinto
che a denunciarlo quella volta sia stato Rublėv. Ha passato in carcere
dieci anni ed ha avuto la lingua mozzata.
Rublėv č continuamente sollecitato
a recarsi a dipingere al monastero della Trinitą. Cerca di convincerlo
anche Kirill, il quale gli confessa di essere stato lui a denunciare il
nano. Finalmente, la campana č pronta, suona, ma Boriska se n'č gią andato.
Rublėv, che si mette sulle sue tracce e lo raggiunge, apprende che il
ragazzo non conosce alcun segreto della fusione. Ciņ che lo ha guidato
durante il lavoro č stato solo il suo intuito: quella "scintilla divina"
che alcuni uomini possiedono e che bisogna mettere a profitto per gli
altri uomini. Trovando nel giovane nuova forza, Rublėv gli propone di
girare insieme per la Russia: lui tornerą a dipingere e Boriska fonderą
altre campane.
Dall'inizio alla fine, la pellicola di Tarkovskij
si avvale di un linguaggio simbolico molto articolato. La campana di Boriska
reca un altorilievo con la rappresentazione di San Giorgio che sconfigge
il drago, ovvero il demonio. San Giorgio č il protettore dei cavalli,
e questi ultimi costituiscono un elemento simbolico piuttosto frequente,
che il regista associa al duplice significato tradizionalmente attribuito
loro. Quali conduttori del carro solare, che nel corso del giorno risale
dalle viscere della terra all'orizzonte celeste e di nuovo ridiscende
nelle viscere della terra, la mitologia li associa da un lato al mondo
infero e dall'altro alle acque celesti, alle fonti e ai fiumi. Cosģ all'inizio
del film, subito dopo la scena del pallone che precipita al suolo, Tarkovskij
introduce l'immagine di un cavallo che si rotola nella prateria, dando
l'impressione di staccarsi dalla terra e di nascere da essa. Poco prima
dei titoli di coda si assiste invece alla scena di quattro cavalli che
stanno pascolando sotto la pioggia in riva a un fiume. Il cavallo č perņ
anche il simbolo dello spirito del popolo russo, della sua ansia di libertą,
dell'identitą col nomadismo scita e delle
donne guerriere!
All'inizio
del romanzo di Tarkovskij su Andrej
Rublėv, Daniil il Nero racconta un frammento della sua esistenza:
"Quindici anni fa (siamo nel 1400 n.d.r.) mi trovai a passare dalle parti
di Mosca e decisi di fermarmi. Mi era capitato un buon lavoro: restaurare
icone. Due antiche icone bizantine. Un piccola e l'altra un po' pił grande,
cosģ. Lavorai a quelle icone fino all'autunno. Dall'inizio di aprile.
Fate un po' il conto. Mi preparavo ad andarmene quando arrivarono i tartari.
Circondarono le mura da tutte le parti e rimasero lģ. Passņ un giorno,
ne passņ un altro. Un settimana, due settimane, e non si decidevano ad
attaccare. Il principe era andato a Kostroma con tutta la famiglia, dicevano
per radunare un esercito. E allora i moscoviti decisero di difendere da
soli la loro cittą. Senza il principe. Lungo tutte le mura e a ogni porta
c'erano delle guardie, sempre all'erta, senza dormire, non stavano pił
in piedi dalla stanchezza, e i tartari continuavano a prendere tempo (
)
Le donne e i bambini rimasero chiusi nella chiesa dodici giorni, senza
mai uscire. E per tutto il tempo pregarono Dio. Poi cominciņ la fame,
e improvvisamente la gente cominciņ ad ammalarsi: il primo giorno ti sentivi
stanco e spossato, il secondo tutto il corpo ti si ricopriva di macchie
nere, e il terzo giorno morivi. A quel punto gli uomini, per la disperazione
saccheggiarono i depositi di birra e a Mosca cominciņ la baldoria. Proprio
allora i tartari chiesero il riscatto: cento rubli di monete e due carri
di capelli delle nostre donne. Delle donne e delle fanciulle pił giovani
e belle. Due carri! E dissero proprio cosģ: se vi riscattate, ce ne andremo,
altrimenti avrete di che pentirvi! Cosģ, lo ricordo come fosse ora, in
un campo non distante dalla cittą si schierarono le donne e le vergini
moscovite, formando una lunga fila davanti a due ceppi. Accanto a ogni
ceppo c'era un tartaro con la sciabola e un altro con la mola per affilare
le lame. Tagliando i capelli, infatti, perdevano il filo molto in fretta.
I tartari a cavallo avevano circondato tutto il campo e io ero insieme
agli uomini, dietro di loro. Malati, deboli, gli uomini stavano lģ a guardare,
e anch'io guardavo. Passano le donne, le vergini, belle e meno belle,
e nessuna versa una lacrima, tutte sembrano di pietra. E davanti a tutti,
una dopo l'altra si tolgono il fazzoletto, pagando col disonore per i
loro uomini, e per Mosca. Si tolgono il fazzoletto, si chinano sul ceppo,
e il tartaro con una mano afferra la treccia, e con l'altra, z-z-zik!,
la recide, deponendola nel mucchio che diventa sempre pił grande. Le donne
passano, e dietro di loro z-z-zik, z-z-zik, stride la mola del tartaro
che affila le sciabole. E lģ ci sono i loro uomini, i loro padri, i loro
figli, che per la debolezza non possono fare nulla! E anch'io sto lģ a
guardare, e mi sento mancare l'aria, mi giro, e proprio in quel momento
la vedo. Avrą avuto dieci anni, e guardava con gli occhi spalancati le
donne oltraggiate e infelici. Ma forse non del tutto infelici
Chi č capace
di raccapezzarcisi, con le donne
Ti ricordi, Andrej?
Ti ricordi il
Campo delle Vergini?" (A. Tarkovskij, Andrej
Rublėv, Milano, Garzanti, 1992, pp. 21-22). Era costume in
Russia che le donne da marito dovessero portare i capelli raccolti in
un'unica treccia. Il riscatto chiesto dai tartari assume perciņ il significato
di un oltraggio nei confronti delle vergini.
Ma
il "Campo delle Vergini" č soprattutto
evocativo di una leggenda inquietante che risale all'XI secolo, e che
narra di Vergini Guerriere della Boemia. A capo della regina Vlasta, queste
costruirono vicino a Praga un fortilizio denominato "Castello delle Vergini".
Contro di loro si mobilitarono tutti i giovani maschi del luogo. Essi
cinsero d'assedio il castello e dopo averlo espugnato ed essersi dati
all'ebbrezza del vino se ne tornarono alle loro case, ciascuno con una
sposa. La leggenda, che č un'evidente rielaborazione del mito delle Amazzoni,
riporta l'eco delle tradizioni matriarcali del mondo slavo, ed il racconto
di Daniil il Nero sembra esserne a sua volta una chiara derivazione.
Tarkovskij lo ripropone al termine
del romanzo descrivendo la scena di un improbabile "Giudizio Universale"
che attribuisce a Rublėv. In tale descrizione ritorna anche l'immagine
della donna "pagana", incontrata da Rublėv nel bosco, che nel romanzo
č pił propriamente una strega; ma ecco la descrizione del "Giudizio Universale":
"Bagnati e pesanti, i capelli della strega fluiscono sul suo semplice
sarafan da contadina. Con la mano tesa in un gesto solenne, ella regge
una nave con un'espressione di straordinaria importanza, perché quella
č la nave che trasporta le anime dei defunti. Si sente lo sciabordio dell'acqua
e quel grido angoscioso, disperato e pieno di dolore, appena attutito
dalla nebbia: "Marfa-a-a-a! Nuota-a-a! Ma-a-arfa!". Le donne giuste navigano,
i visi maestosi e afflitti, e nel silenzio tornano a echeggiare i colpi
sordi e regolari della sciabola del tartaro. Volti di donne bellissime,
belle e anche brutte, trasformate da Andrej nella schiera delle donne
giuste in forza della splendida libertą della fantasia. Vanno e vanno
le donne in triste processione, nella speranza che quel sacrificio valga
loro la salvezza, e i colpi della sciabola del tartaro, sempre meno affilata,
risuonano sordi come il battito dei loro cuori
" (op. cit. pp. 201-202).
L'Andrej Rublėv di Tarkovskij
offre cosģ la possibilitą di rileggere il passato della storia russa,
anche per capire il sordo sacrificio delle donne russe del presente.
Massetti
Gianfranco
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